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Cesare Pavese,
le Langhe non si perdono

In questo post, continua la nostra ricerca sul significato di #nobiltà. Questa volta lo facciamo attraverso gli occhi di Cesare Pavese, a cui, tra agosto e settembre, viene dedicato il Pavese Festival di Santo Stefano Belbo, suo borgo d’origine. La nobiltà, per Cesare Pavese, è una sorta di resistenza all’abbandono, ovvero la capacità di riconoscere nelle proprie radici la forza per trovare il proprio posto nel mondo.

Oggi vedevi la grossa collina a conche, il ciuffo d’alberi, il bruno e il celeste, le case e dicevi: è come è. Come deve essere. Ti basta questo. È un terreno perenne. Si può cercar altro? Passi su queste cose e le avvolgi e le vivi, come l’aria, come una bava di nuvole. Nessuno sa che è tutto qui.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1947

Tutto è qui, nelle Langhe: il sole, le nuvole, le viti, i paesi, i fiumi, il ritmo delle stagioni, i colori, le mani della gente. Tutto è qui, perché qui (nelle Langhe) la storia si è incastrata con il mito, il passato dell’umanità con la vita di tutti i giorni, fino a fondersi e diventare un tutt’uno, vibrante e vitale.

Ciascun individuo, sin dall’infanzia, entra in un rapporto particolare con i luoghi e il paesaggio in cui è nato. Così fu per Cesare Pavese, che nella geografia delle Langhe trovò il proprio “senso del luogo”, ovvero quelle coordinate spazio-temporali che sono state alla base della sua formazione spirituale e culturale. Pavese attribuì alle sue colline, in particolare quelle della Langa attorno a Santo Stefano Belbo, un altissimo valore simbolico: la capacità di comunicare, a chi sa le sa ascoltare, verità profonde sull’essenza stessa delle cose e del mondo.

LE LANGHE NON SI PERDONO

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, paese al confine tra Langhe e Monferrato. Timido e introverso, amante dei libri, preferiva al contatto umano lunghe passeggiate sui colli o bagni ristoratori nel suo “mare” personale, il Belbo, che attraversa Santo Stefano e dà il nome all’omonima valle. Rimasto orfano del padre, fu allevato da una madre fredda e severa, che gli fece completare gli studi a Torino, città che fu importantissima per la sua formazione intellettuale, ma che vide sempre come un esilio dalla sua terra natale.

«Le Langhe non si perdono», annotò ne I mari del Sud, poesia iniziale della sua opera Lavorare Stanca (1936). Un testo che scrisse mentre era al confino a Brancaleone Calabro, a causa delle sue posizioni antifasciste, e che parla proprio di sradicamento e lontananza, di solitudine e ritorno alla natura: quella del cugino, che per più di vent’anni fece il marinaio nell’emisfero australe, ed è tornato a casa; ma anche quella del poeta, che dalla vita cittadina non ha imparato altro che «infinite paure». Eppure, le «Langhe non si perdono», dice Pavese: il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e, quasi biologicamente, diventa parte del proprio essere, a cui non si può rinunciare.

L’INFANZIA, IL MITO, IL PROPRIO POSTO NEL MONDO

Se le Langhe non possono essere dimenticate è perché costituiscono anche il modo in cui Pavese ha imparato a conoscere il mondo. Le colline sono l’infanzia dello scrittore, la “lente” attraverso la quale interpretare la realtà e il “metro” attraverso cui misurare la distanza tra ciò che si era e ciò che si è diventati. Le Langhe non sono solo un paesaggio, bensì il segno tangibile di immani fatiche di generazioni, di mani e braccia che hanno lavorato la terra per millenni, fino a diventarne parte integrante. Di questo paesaggio Pavese impara a conoscere gli elementi naturalistici, ma anche la gente, le tradizioni, i riti, le storie di oggi e di ieri. Tutte le immagini di Langa vibrano di questa umanità passata, delle energie che si sono stratificate con la storia e sono diventate le radici sulle quali nascono i valori del presente.

Da semplice luogo dell’infanzia, le Langhe vengono nobilitate a “mito”. Le colline, le vigne, i fiumi, gli alberi, le nuvole, per quanto immagini di per sé poetiche, non sono solo “immagini”, ma rappresentano una “seconda visione” come sosterrà ancora Pavese ne Il mestiere di vivere. La prima è quella del mito: ci precede, c’è sempre stata, è la forma del nostro sguardo. La seconda è in vece quella che notiamo, che ricordiamo, che, provando a collegarsi alla visione originale, ci aiuta a dare un senso al perché stiamo vivendo e ci suggerisce quale possa essere il nostro posto nel mondo.

Le Langhe hanno un magnetismo magico in Pavese. Ogni volta che lo scrittore pronuncia «collina» o «paese» – e lo fa in maniera ossessiva nei suoi componimenti – sta cercando di compiere un rito, una rievocazione mitologica e collettiva: recupera con lo sguardo la propria storia personale, i propri ricordi, e li connette connette a quella universale, di tutti gli uomini per tutti i tempi: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

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